Via Vandelli – Monte Sant’Andrea – Lagaccione

Durata h. 2.15

Difficoltà  – E 

Km 3,9

Dislivello 420m

Traccia GPS  573

Nel punto piu alto della Via Vandelli provenendo dal Passo Cento Croci si alza ripido e sassoso un sentiero a fianco di un ripetitore (i Ferlari).

Ben presto la traccia si adagia e porta attraverso il bosco a una grande radura sul fondo della quale appare il Lago Cavo, o meglio, ciò che resta di quello che un tempo era un bello specchio d’acqua trasparente.

Così vi racconterebbe, se aveste la fortuna di incontrarlo ancora seduto su un masso o tra gli alberi del bosco, un anziano signore che usava chiedere al viandante: “Ma tu sai chi sono io? Sono il padrone di queste terre, di questi boschi e di questo lago.

Questo si è formato tanto tempo fa a causa di quelle grandi frane di sassi che dal monte soprastante (per questo nominato “Monte Rovinoso”) avrebbero poi in tempi più recenti costretto all’evacuazione di numerose abitazioni nei dintorni di Groppo, il paese a valle.

Le frane causano disastri, ma il lago formato dallo sbarramento dei massi caduti, fino agli anni ’50 era stupendo, ci si faceva il bagno in estate nelle sue acque fresche e pulite.

Se la grande frana di Groppo è stata studiata dai geologi e fatta oggetto di pubblicazioni scientifiche, le vere cause dell’interramento progressivo e della sparizione del lago sono meno conosciute: l’allora sindaco di Riolunato pensò bene di captare le acque del lago e portarle a valle per gli usi civili, ma i lavori di intubazione, smuovendo le rocce che trattenevano le acque, ne causarono la veloce fuoriuscita e, come quando si toglie il tappo da un lavandino pieno d’acqua, il bacino si vuotò.

Ora non rimane che un angolo di acqua stagnante che fa la felicità solo delle rane gracidanti e degli uccelli che se li mangiano”.  Ma quel signore ha altre storie curiose da raccontare legate al nostro percorso. “Proprio qui, nel 1906 si fermò la maestra Tognarelli, sulla via di ritorno a casa dopo essersi recata dal sindaco di Pievepelago per questioni legate alla sua cattedra.

Era dicembre ed ormai era tardi, faceva brutto tempo, ma lei voleva tornare dai suoi bambini a Selvella, dall’altra parte del monte.

A Casoni la sconsigliarono, ma lei si avviò lo stesso nonostante iniziasse a nevicare.

Armata solo di una lanterna, qualche fiammifero e un ombrello che qualcuno le diede all’ultimo, nella tormenta sbagliò completamente direzione.

La ritrovarono solo a maggio dei pastori al disgelo, seduta sulla riva del lago, con in mano la lanterna e l’ombrello ancora aperto.” Salutato e ringraziato il signore, che ci indica anche una fonte nascosta sulla sinistra del lago, proseguiamo fino a guadagnare il crinale che dal Passo Cento Croci si articola in alcune elevazioni intorno ai 1500 m – il Monte Valdolana, il Monte alla Croce, il Monte Rovinoso e il Monte Sant’Andrea.

Il 573 raggiunge questi ultimi due con alcuni brevi saliscendi attraverso piacevoli praterie di alta quota.

Qui, alcuni decenni fa, si insediarono per alcuni mesi ragazzi e ragazze provenienti dal Nord Europa, dando origine a storie curiose e a ritorni estemporanei; ancora oggi la gente di qua si ricorda di loro – in pianura li avrebbero chiamati frikkettoni, qui invece li battezzarono come “gli elfi”.

Di loro rimane qualche lamiera di stufe nascoste sotto i grandi faggi al centro della radura e i divertiti ricordi dei montanari. Il sentiero si innesta su una carrareccia devastata dagli amanti del fuoristrada in estate e delle motoslitte in inverno.

Cartelli di divieti non ce ne sono e anche quelli segnaletici del CAI ogni tanto spariscono nel nulla… Arrivati sul punto più alto del sentiero, con pochi passi a sinistra tra l’erba si perviene sulla “cima” del Monte Sant’Andrea, una piatta distesa verde con due gruppi di grandi faggi; all’interno di uno di questi si trova quel che è stato definito “bivacco” da chi l’ha costruito, ma che altro non è che un tavolo di legno all’aperto con due panche, con targa e dedica ai frequentatori della montagna, siano essi a piedi, in bici, in moto e quant’altro.

Comunque sia, questo è davvero il posto ideale per un picnic, per la vista che si gode sul Cimone e sui suoi satelliti da questo vero e proprio balcone panoramico.

Si prosegue in discesa al di sopra del Lagaccione, piana radura a volte invasa dall’acqua seminascosta da infide zolle erbose – se si chiama Lagaccione un motivo ci sarà…

Al termine della discesa un cartello (se non l’hanno rubato di nuovo) ci indica il percorso asciutto in senso orario da compiere per aggirare la torbiera, ma se il periodo è secco possiamo attraversare da subito il fosso e proseguire diritti senza aggirare il vecchio fondo del lago. Il nostro sentiero prosegue in piano ed ignora l’evidente ripida salita a destra (sent. 571), ma va a spegnersi più avanti tagliando prati verdi fino a congiungersi col sentiero 567 che scende a Roccapelago.